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MessaggioTitolo: RECENSITI DI OGGI   Dom Mag 16, 2010 9:18 pm

SHADOW

Biker d'alta montanga, pedalatore solitario, David stavolta ha scelto il luogo sbagliato per le sue sgroppate della domenica. Girano brutte voci intorno al picco prescelto e le stesse persone del luogo ne sono abbastanza terrorizzate. La situazione però da spaventosa si fa pericolosa quando per difendere una ragazza David si conquista l'inimicizia di due violenti della specie peggiore, quella armata, che inseguono e malmenano la coppia per puro senso di prevaricazione. Ma il vero male che si annida nelle montagne è ben altro ed è in agguato.
C'è il luogo inquietante caratterizzato da luci, colori e condizioni meteo plumbee (un bosco idealmente situato in America ma realmente scovato sul confine tra Austria e Slovenia), c'è la situazione pericolosa (il viaggio solitario), il confronto con una natura ostile, l'incontro che scatena la storia (prima con una donna, poi con dei violenti) e infine la caduta nel precipizio del male puro, tutto quanto girato da troupe italiana con cast americano e in lingua inglese (poi doppiato): deve essere per forza un horror italiano anni '70! E invece no, è il nuovo film di Federico Zampaglione, di professione cantante dei Tiromancino e regista solo occasionalmente, almeno fino a ieri, cioè fino a Nero Bifamiliare, una commedia nera d'esordio poco riuscita che nulla ha a che vedere (sia per stile che per raffinatezza) con Shadow.
Zampaglione questa volta sembra un vero regista, mostra di sapere davvero cosa fa, non solo avendo un'idea ben chiara di che cosa sia il cinema dell'orrore, che senso abbia e che cosa si celi dietro la repulsione che le immagini spaventose provocano in noi, ma anche essendo dotato di una propria visione personale di come si debba raggiungere l'obiettivo di ogni film dell'orrore: generare inquietudine e quindi dubbio intorno agli elementi solitamente tranquillizanti.
C'è infatti molto poco sangue in Shadow, nonostante sia un racconto di violenza e ad un certo punto anche di tortura, ma quello che perde in gore il film lo guadagna in tensione, cercando in ogni momento di giocare con le aspettative dello spettatore abituato ad assistere alle disperate resistenze contro il dolore e la morte dei protagonisti del cinema horror grazie ad anni di B-movies.
Tuttavia, forse proprio il desiderio di spiazzare e in questo modo sottrarre certezze a un certo punto prende la mano al regista. Un colpo di scena di troppo (e troppo grande) proprio nel finale costringe infatti a rileggere la trama di Shadow e il suo simbolismo a quel punto evidente sotto una luce diversa, più politica e, in un certo senso, meno potente ed universale di quanto non fosse senza quell'ultimo, estremo, twist.
Ma nemmeno un'eccessiva sorpresa di troppo cancella il merito principale di questo film, cioè la dimostrazione che possa esistere ancora un altro tipo di cinema italiano che non sia costretto a scegliere tra le solite storielle pretenziose e le altissime punte autoriali (per definizione non replicabili industrialmente), un cinema che pur rifacendosi a una tradizione nostrana sappia variare dall'immaginario filmico italiano odierno, che non viva di sussidi statali, non sia figlio delle solite case di produzione e sia in grado di rivendicare un'idea professionale e internazionale di cinema di genere.



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PRINCE OF THE PERSIA

Dopo i Pirati dei Caraibi il produttore Jerry Bruckheimer riprende un mitico videogioco e lo porta al cinema. Si tratta ufficialmente del primo film sulla serie Prince of Persia anche se da molti anni rappresenta una fonte d'ispirazione costante per il grande schermo; una per tutte si può facilmente riconoscere nel trailer del film ed è lo scettro a forma di cobra del cattivo Jaffar nel film d'animazione della Disney Aladdin.
Prince of Persia: Sands of Time vede come protagonista Jake Gyllenhaal, l'ex cowboy di Brokeback Mountain mentre l'esperto regista è Mike Newell, regista di Quattro matrimoni e un funerale, Donnie Brasco e Harry Potter e il calice di fuoco. Si ripete quindi dopo dieci anni esatti dal Gladiatore, un'operazione che prevede il lancio in grande stile di un attore nell'olimpo delle stelle; Jake Gyllenhaal è senza dubbio il centro del film con i suoi bicipiti pulsanti e le scene acrobatiche nei paesaggi persiani, tanto quanto Russell Crowe lo era nel Colosseo digitale di Ridley Scott.
Le vicende immaginarie del principe di Persia erano così complesse da trasferire in un film che oltre a tre sceneggiatori, è stato chiamato anche Jordan Mechner, creatore della serie in video gioco. Soprattutto a lui sono stati chiesti pareri riguardo l'introduzione di nuovi elementi nella sceneggiatura che non andassero a compromettere i codici della storia. Perché se le vicende si svolgono in un mondo virtuale hanno paradossalmente più bisogno di una logica alla base.
Lo studio Bruckheimer si trova ancora immerso nelle riprese del film e ha garantito alla distribuzione Disney che questo epico kolossal d'azione sarà pronto per il 28 maggio 2010, data dell'uscita ufficiale in Italia.
Di Alessandro Berti.

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FINAL DESTINATION 3D


La serie iniziata con il primo Final Destination nel 2000 ha una particolarità: ciascuno dei sequel, a parte qualche rimando, è sostanzialmente un remake del capostipite. La cosa dev'essere sembrata evidente anche ai produttori che stavolta hanno rinunciato a proseguire la numerazione, rimasta ferma a Final Destination 3. La struttura resta quella del primo film (disastro iniziale, problemi degli scampati, epilogo sanguinoso), cambiano solo i personaggi e l'ambientazione del primo massacro. Un format così immutabile - basato su uno spunto brillante (quello di far sì che la Morte stessa sia il "cattivo" della storia) - fa dipendere la qualità dei singoli film dall'inventiva nelle variazioni relative alla catastrofe di partenza e ai modi utilizzati dalla Morte, che resta comunque sempre un'entità impersonale, per ripristinare l'ordine violato, dato che la caratterizzazione dei personaggi resta programmaticamente convenzionale e superficiale. Il compito di dare verve alla materia è stato affidato a David R. Ellis, passato recentemente alla regia proprio con Final Destination 2 (2003) e poi spesso rimasto in zona horror e dintorni con film come Snakes on a Plane e Asylum. Solido artigiano con una lunga gavetta alle spalle, Ellis ha dovuto anche nell'occasione confrontarsi con il 3-D, compagno di strada prediletto dell'horror sin dai tempi de La maschera di cera (1953) e recentemente tornato alla ribalta con successo, anche in ambito orrorifico (San Valentino di sangue).
Lo scenario iniziale è quello di una selvaggia gara automobilistica in stile americano. Un gruppo di amici è andato ad assistervi, con motivazioni e aspettative diverse. Le ragazze - Lori e Janet - sono annoiate, Hunt spera di vedere qualche spettacolare incidente. Nick è più preoccupato dalla vetustà della tribuna su cui sono seduti. In una sorta di sogno a occhi aperti, Nick "vede" il disastro prima che accada. Perciò scappa precipitosamente assieme ai suoi amici, che non capiscono il motivo della sua frenesia: lo capiscono quando il massacro avviene. I superstiti - tra cui alcune persone casualmente coinvolte dalla fuga di Nick - sono inizialmente sollevati per il loro destino, anche se hanno un senso di colpa per avercela fatta dove molti sono morti. Poi capiscono che il loro destino non è poi così gradevole. La Morte non accetta cambiamenti di programma: i suoi modi sono misteriosi e obliqui, ma efficaci, utilizzando anche tipici sentimenti umani, come l'odio razziale che spinge uno dei superstiti a cercare vendetta sul guardiano di colore del circuito automobilistico, dando il via a un domino letale.
La casualità dei piccoli fatti banali che si concatenano determinando l'iniziale disastro e quelli successivi è divertente da osservare e compone il tratto caratteristico dei film di questa serie. Non esiste una storia vera e propria, se non un banale filo che giustifica e lega insieme delle "vignette" sostanzialmente autonome dove, come in uno dei vecchi disegni di Rube Goldberg, un piccolo accadimento dà luogo a una valanga di conseguenze, attraverso un'ineluttabile serie di fatti sfortunati ma tecnicamente possibili. Ormai il gioco è diventato prevedibile, ma anche questa prevedibilità è diventata parte del gioco, parte cioè delle aspettative degli spettatori che vedono i personaggi come marionette appese ai fili di un destino che l'apparente casualità della Morte si diverte a recidere.
Su tutto, infatti, l'ineluttabilità del destino cui tutti bene o male tendiamo e che questo film, a modo suo e senza alcuna pretesa di profondità o serietà, ci porta a considerare.


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